Conclusioni di Fausto Bertinotti alla Consulta delle lavoratrici e dei lavoratori del PRC del 1° marzo 2002.

Sono favorito, in queste conclusioni, dall’accordo pieno con le cose che Stefano Zuccherini ha detto, non lo dico così per dire: è evidente che c’è una condivisione solidale. Ci sono passaggi anche molto impegnativi e difficili nella relazione di Stefano che vorrei sottolineare strada facendo, magari senza farvi esplicito riferimento, che a me sembrano importanti linee guida per la nostra azione.

Penso che queste linee guida vadano valorizzate quand’anche (come del resto Stefano ha fatto con la consueta onestà intellettuale) non abbiano approdato fin qui a risultati completi come quelli auspicati. Questioni che naturalmente (come è stato detto in molti interventi, lo ha detto anche Gigi) comportano dei problemi di analisi critica dei percorsi che abbiamo fatto, ed nostra consuetudine, senza che possano essere scaricate su qualcuno, su qualche realtà, sul compagno del sindacato, assumercene compiutamente, per la parte in cui siamo stati – e siamo stati - coinvolti in questa elaborazione, le nostre responsabilità.

Tuttavia continuo a pensare che, non per merito essenzialmente nostro, ma per uno sviluppo di vicende, abbiamo avuto il merito di leggerne le tendenze; nessuno di noi può attribuirsi meriti che non ha, nella costituzione dei movimenti, però è importante, spesso, ai fini di contribuire alla loro crescita, capire di che "bestia" si tratta, e noi l’abbiamo capito. Questa cosa la dico con la stessa tranquillità con cui poi faccio un bilancio critico del modo in cui ci siamo stati. Però abbiamo capito l’essenziale, lo dico anche nei confronti dei molti critici che abbiamo nei dintorni, perché appunto adesso non per tigna, ma quando parlavamo del disgelo del movimento venivamo guardati come inguaribili ottimisti, anzi come volontaristi che attribuivamo alla realtà un desiderio nostro ai fini di poter legittimare un proposta politica che altrimenti sarebbe stata impresentabile. E così quando abbiamo letto nel movimento (nel movimento dei movimenti, nel popolo di Seattle) una tendenza di lungo periodo in grado di attraversare intere società mondiali e italiane, abbiamo colto l’essenziale.

Penso che adesso siamo di fronte ad un fenomeno di crescita del movimento che ci propone dei problemi complicati appunto per la sua crescita, non per un suo arresto, una sua sconfitta, una sua crisi. Cioè, credo, che siamo ormai passati, strada facendo, dal disgelo ad una vera e propria attivazione del protagonismo di massa, con un moltiplicarsi dei protagonisti di massa non tutti interni alla stessa costellazione, alla stessa latitudine politico culturale, e anzi germinanti persino per sentieri e percorsi non del tutto omogenei con questa crescita, ma frutto comunque della medesima.

Penso che per parlare dell’Italia, caso per altro originale di questa crescita generale del movimento (anche questo meriterebbe di essere indagato: la ragione per cui dentro la vicenda di Porto Alegre l’Italia costituisce un punto di particolare rilievo, non solo quantitativo ma anche qualitativo, cioè per grado di unitarietà, di ampiezza e di pluralità delle forze che accettano di stare nel movimento esprimendosi in una risultante unitaria), ci sia una particolare originalità che si è manifestata.

A costo di essere molto brutale, ma mi pare che questa cosa sia stata detta, credo che la crescita del movimento non si misura più soltanto per ciò che riguarda la sua crescita diretta (Genova, Perugia-Assisi, manifestazione per la pace, migranti, scioperi dei sindacati di base e consenso di massa a questo), ma anche per ciò che produce nella determinazione autonoma di altri soggetti di costituire fenomeni di massa. Cioè penso, se vogliamo usare un’ immagine, è come se il movimento avesse fertilizzato il terreno, per cui chiunque arriva e pianta qualcosa, questa pianta cresce rigogliosamente adesso perché c’è stata la fertilizzazione, altrimenti non sarebbe cresciuta per niente – PER NIENTE! Cioè in realtà, i movimenti che emergono su terreni diversi da quello del movimento dei movimenti, godono di una rendita di posizione determinata da questo processo di fertilizzazione: insomma è come se su una terra che era stata per lungo tempo arida una lunga concimazione avesse consentito adesso di determinare una semina capace di raccolta e naturalmente in questa semina bisogna distinguere il grano dall’olio, perché crescono tante cose, tante piante diverse, ma crescono, crescono in un reale protagonismo.

Penso che non ci sarebbe stato lo sciopero della CGIL senza lo sviluppo di questo movimento. Per essere altrettanto brutale, penso che non ci sarebbe stato nessun "girotondo" senza la crescita di questo movimento. Col che non sto parlando di una eterogenesi, non sto dicendo che dà luogo meccanicamente a tali fenomeni, sto dicendo che il fenomeno di fondo, quello che costituisce l’elemento chiave della situazione è la crescita del movimento che appunto determina un mutamento della scena; e su questo mutamento della scena sociale, economica, politica e culturale crescono fenomeni rilevanti. Secondo me, allo stato noi oggi abbiamo tre diramazioni del movimento: il suo corso principale è il seguito della vicenda di Seattle, Genova, Porto Alegre che va verso la costruzione importantissima del Forum Sociale Europeo dell’autunno.

La seconda derivazione di questo movimento è quella sociale: cioè la crescita di un protagonismo diretto sociale e in particolare del mondo del lavoro, e più in particolare del lavoro dipendente (uso di proposito questa definizione invece di quella classica di "lavoro salariato" perché mi riferisco sociologicamente a questa realtà). C’è insomma una ripresa classica del conflitto di classe sul terreno proprio della sua manifestazione storica e le organizzazioni sindacali, di ogni genere, lo accolgono nella formula più impegnativa che è quella dell’organizzazione dello sciopero generale.

Anche qui espressione tuttavia di un fenomeno più di fondo: di una ripresa di conflittualità, di protagonismo, di un bisogno di organizzazione del lavoro dipendente che lo sfondamento, che il padronato e il Governo tendono a realizzare sull’art. 18, mette in luce nella sua forma estrema di messa in discussione. Qui viene messo in discussione quell’elemento minimo elementare di difesa della lavoratrice e del lavoratore che è precisamente la possibilità di tutelarsi dal licenziamento per ingiustificato motivo: sotto quel livello di protezione non ce ne sono altri, è proprio il livello minimo elementare che tuttavia è scelto esattamente per questo, per dire "tu da domani sei nudo, sei privo di qualunque tutela e di qualunque diritto, sei alla mercé perché sei merce e sei quindi plasmato da questa grande modernizzazione e riorganizzazione capitalistica che tende a ridefinire complessivamente le regole del lavoro". Da questo punto di vista nasce un vero e proprio contrasto che però in altri momenti sarebbe stato in qualche modo occultato, mimetizzato, negoziato e che oggi diventa innegoziabile almeno da parte di una grande organizzazione come la CGIL; precisamente perché c’è questo incontro tra la crescita dei movimenti e un nuovo protagonismo che si determina anche per vie interne, anche per vie endogene, come si vede, sia nelle manifestazioni dei sindacati di base, che nella vicenda interna al Congresso della CGIL. Sul Congresso della CGIL tornerò, ma tuttavia, quale che sia il giudizio critico, e il mio come lo sapete lo è, mi pare logico ricordare che guadagna due passaggi politicamente rilevanti agli effetti dell’autonomia della CGIL, quale la critica alla guerra e la scelta dello sciopero generale.

Terzo elemento di altra natura, di altro genere, ma questo segnato dalla crescita del movimento è quello che si esprime nei vari "girotondi", nel Palavobis (lo dico senza aggressività e senza ironia) nella manifestazione dei professori di Firenze, negli "intellettuali" che si rivolgono e sono chiamati dai DS, ecc. Credo che questo sia un fenomeno ambiguo, profondamente ambiguo, frutto di una rivolta comprensibile dei ceti medi professionali a un’occlusione della democrazia e che muove a una richiesta di ruolo, di protagonismo, di autonomia dalle istituzioni, dalla Rai alla Magistratura, che tuttavia, in ogni caso, anche per questa via ambigua è segnato, da un lato dal bisogno di opposizione a una forma di governo neoautoritario di cui non vede la causale nel modello sociale, ma che riconosce però nella sua caratteristica, diciamo così, manifesta di neoautoritarismo. Un fenomeno ambiguo, ma tuttavia da leggere e con cui interloquire di protagonismo.

In questa condizione per noi risulta fondamentale avere un’idea forza con cui stare dentro il movimento in cui abbiamo scelto di stare: il Movimento dei Movimenti; interloquire positivamente con la crescita del movimento sociale e del conflitto di classe, anche intervenendo positivamente sui processi di riorganizzazione del sindacato; aprire un processo critico dialettico nei confronti di questi nuovi protagonismi, sfidandoli a fare i conti con il primo e con il secondo, cioè con la critica del movimento a questa modernizzazione e con la contestazione sindacale allo sfondamento padronale nei confronti di qualunque tutela nei confronti del lavoro: cioè a rimettere in rapporto la questione sociale e la questione democratica. Per noi credo che la linea guida per affrontare questo cimento sia quello che è riassumibile nella formula "da Porto Alegre all’opposizione sociale in Europa", e dentro all’opposizione sociale in Europa precisamente nel nostro paese. Cioè credo che dobbiamo radicare, qualificare lo sviluppo del e dei movimenti sull’asse del modello sociale e delle questioni connesse al modello sociale. Del resto, secondo me, questo è il centro dello scontro. È il centro dello scontro anche quando poi si discute di Rai, si discute di rogatorie, si discute di falso in bilancio. Da questo punto di vista non è inutile tornare nella nostra analisi (fatta in molti interventi e l’ha fatta Stefano) sulla natura delle scelte che fa il padronato italiano e il Governo delle destre. Anche qui penso che, malgrado la grande fortuna che sta avendo questa lettura in molti paesi d’Europa, e anche in Italia, una lettura che attribuisca al Governo Berlusconi il connotato di organizzazione neofascista sia totalmente sbagliata. Capisco bene che è emotivamente esaltante, che fa pensare ad uno sprezzo dello scontro, che in qualche modo alza la tensione: tutti elementi di cui si sente un gran bisogno, vista la morta gora degli anni passati, ma è del tutto fuorviante, del tutto. Questo governo, secondo me non è il vecchio fascismo, ma il nuovo capitalismo. Naturalmente con una originalità di interpretazione di questo nuovo capitalismo, che la rende diversa da altre forme di governo, ma anche con tanti tratti simili perché la democrazia viene stralciata sulle rogatorie da Berlusconi, ma viene anche stracciata sulla vicenda Enron da Bush. E quando sento dire "ci vuole il sistema di contrappesi degli Stati Uniti d’America mi scappa da ridere perché... ma quale? Conflitto di interessi Bush non l’aveva con gli uomini di Enron che hanno provocato una devastazione economica di un’intera area economica e sociale del paese? Non lo dico per giustificare Berlusconi, ma per dire che nel nuovo capitalismo è connaturata una messa in discussione sia degli impianti di protezione del lavoro, sia degli impianti che hanno fatto e reso autonomi tante parti delle istituzioni nel quadro dello statuto del diritto. Naturalmente Berlusconi può farlo con particolare virulenza, ma siamo dentro a una tendenza senza la quale non si spiega l’accordo Berlusconi – Blair: Cioè se Berlusconi è fascista, Blair non può scrivere un testo con lui; in realtà, perché lo scrive? Perché il cuore della vicenda europea è questo, è quello della flessibilità del lavoro, è quello della frantumazione delle forze organizzate del lavoro dipendente salariato. Questo è il centro della contesa, e su questo centro della contesa si costruisce un asse dietro al quale c’è il governo forse più rispondente a questa nuova Europa a cui si vorrebbe approdare che è il governo Aznar, che in qualche misura costituisce un elemento a cui si riferiscono tutti, sia nelle relazioni politiche, in quelle sociali che nella linea di tendenza. Aznar inventa l’idea del nuovo "sindacato amico" e lo inventa nella forma più spregiudicata. Oggi in Spagna c’è una discussione ed uno scontro a forma rovesciata rispetto a quella italiana, perché l’UGT il Sindacato Socialista tende a proporre lo sciopero generale e le Commissiones Obereras (sindacato di tradizione comunista che ha sempre occupato nella storia la postazione di sinistra dello schieramento sindacale), è per non fare lo sciopero generale e caccia il numero due dell’organizzazione che invece lo sostiene. Si produce un asse Aznar e Commisiones Obereras al fine di realizzare una politica sostanzialmente neo corporativa, che ha al centro la liberalizzazione del mercato del lavoro e la demolizione di ogni elemento di tutela sulla prestazione lavorativa, tanto più quella su scala nazionale, laddove invece si produce un coinvolgimento del sindacato nelle forme di governo di alcuni segmenti dello stato sociale, che sostanzialmente viene privatizzato e il sindacato viene coinvolto nella stessa privatizzazione. Secondo me questo è il modello che la CISL indica apertamente. Naturalmente non sto facendone un inno, dico però che la CISL è l’unico sindacato italiano tra quelli confederali che ha una linea, una strategia e una piattaforma. Naturalmente può anche perdere (speriamo!) però ce l’ha. Ce l’ha e la ribadisce anche con una determinazione che in qualche modo valorizza precisamente questo elemento della sua autonoma collocazione (autonoma nella geografia politico-istituzionale). Un sindacato che, come è stato detto e secondo me, ha una sponda nel governo non solo in Fini, ma in tutta la componente della destra sociale diversamente variegata che va dal centrismo neo democristiano alla destra sociale interna a Alleanza Nazionale. Questa area pensa che non si può governare il processo di liberalizzazione che produce dei guasti e dei dolori sociali (Chirac direbbe "produce la crisi della coesione sociale") senza avere un elemento di copertura nel sindacato; non nel sindacato unitariamente, ma in una parte del sindacato che condivide questo disegno e che costituisce un l’elemento di ammortizzatore sociale. Non perché da solo sia in grado di coprire il governo con il consenso, ma perché è in grado di dividere il sindacato impedendo la costituzione della massa critica capace di scontrarsi con la politica del governo. Cioè il governo conta sul fatto che di sciopero generale ne fai uno, ma non ne fai tre, e che poi dopo lo sciopero generale, se non hai una continuità di linea, lui viene avanti con un’ipotesi di mediazione in cui chi ci sta, ci sta; ed è in grado, sulla base della impotenza della continuità dell’azione annunciata dallo sciopero generale, di poter marcare una linea di divisione, di accordo. Infatti, viene premiato solo chi sta dentro all’accordo e quindi può esercitare una capacità di attrazione forte su questo punto (perché quando tu offri mance, gli altri temono che senza stare in quelle mance perdono tutto), e può organizzare filiere di consenso, anche penetrando laddove fino a qualche mese prima era impossibile pensare di entrare. In Altre parole, secondo me, la linea della CISL è una linea che scommette su lo scompaginamento del fronte sindacale, cioè che non ragiona staticamente, che dice: se noi determiniamo una "lieson" particolare tra la CGIL e il governo che muove in quella direzione possiamo fare da calamita. La Confindustria, secondo me, offre una sponda efficace facendo per intero la sua parte: non è che sta dentro a questo blocco, la Confindustria sceglie di fare l’ala marciante, la mediazione la lascia al governo, non gli interessa; la Confindustria (lo diceva Giorgio) batte la strada di lungo periodo, dice qual’è l’obiettivo strategico: io vi scardino il sistema contrattuale. Se voi pensate di poter, quale che sia l’accordo negoziale che farete col governo, mantenere un impianto negoziale unitario, (cioè nazionale), nel momento in cui noi entriamo nell’integrazione europea, mentre gli altri paesi sono sostanzialmente privi di una tutela contrattuale unitaria nazionale, vi sbagliate di grosso! Tanto più che questa integrazione europea è l’integrazione verso il modello nord-americano.

Quindi noi abbiamo di fronte il modello del Nord America che si fonda sulla contrattazione dipendente: nel senso che se c’è c’è, se non c’è, fa niente, in ogni caso senza quella unificazione nazionale.

C’è una tendenza in Europa, tranne la Germania, dove invece ci sono grandi sindacati nazionali, per cui la contrattazione nazionale non esiste quasi più, e, dove c’è teoricamente, non c’è praticamente, questo è appunto lo sfondamento.

Lo dice, la Confindustria, e lo persegue; naturalmente non ti chiede di rinunciare domani mattina a questa tutela contrattuale, ma dice con grande nettezza in che direzione va. Perché? Perché il modello sociale che viene proposto (e qui bisognerebbe fare un momento di analisi sull’economia, la crisi economica, la competizione internazionale, la natura di questa, il fatto che l’Italia è un paese che sta dentro la competizione senza avere elementi rilevanti di intervento statuale e alla fine tende a determinare un modello che compete per alta flessibilità e basso costo del lavoro) su questa linea, appunto viene scelto per l’Italia, ma io credo tendenzialmente per l’Europa, un modello ad alta flessibilità del lavoro e a forte frantumazione e discontinuità. Da questo punto di vista, la questione degli immigrati non è più semplicemente una questione di civiltà: è anche una questione di modello economico e sociale: l’operazione Fini-Bossi non è semplicemente una barbarie dal punto di vista della civiltà, non è soltanto indignante. Perché, appunto, come detto qui da un compagno molto bene, alla colf viene detto si e invece al tecnico o alla tecnica no? Ma è precisamente il segno delle gabbie che vengono costruite nella società e a ognuna di queste gabbie corrisponde una bassa tutela, in ogni caso diversa dalle altre. Non è che si sono sbagliati, è che appunto le colfi in ogni caso sono prive della capacità di fare massa critica, stanno in una condizione di isolamento. Quell'altro che può fare l'operaio o il tecnico di produzione e che quindi può connettersi al compagno nella stessa condizione per costruire una autonomia di classe, quello non deve essere riconosciuto come cittadino, è privato di questa possibilità. E contemporaneamente queste società tendono ad andare verso una organizzazione di bassa spesa pubblica e di bassa tassazione: gli Stati Uniti d'America hanno un meno dieci punti sull'una e sull'altra questione, hanno meno dieci di tasse (Tremonti pensa di arrivare così) e un meno dieci di spesa sociale, ciò a cui appunto il governo tende. Questo è lo scontro, per questa ragione, secondo me, il rapporto tra il movimento e la questione sociale è decisiva e la piattaforma dell'opposizione sociale diventa cruciale, diciamo così, sul passaggio che lo sciopero generale organizzato dalla CGIL determina, per costruire la prospettiva.

In questa prospettiva io vedo uno spiazzamento del centrosinistra che però andrebbe un po' ragionato, perché vedo uno spiazzamento, una crisi del centrosinistra non privo di insidie per noi. Cioè, non è che la crisi del centrosinistra ci offre un vantaggio, diciamo così, nella crescita di una sinistra di alternativa e di rifondazione comunista e del conflitto sociale meccanicamente derivato dalla sua crisi, perché la sua crisi complica le cose: siccome è una crisi di fondo, questa linea che abbiamo descritto non è solo incompatibile con noi, è anche un fattore poderoso di crisi del centrosinistra. Il centrosinistra aveva lavorato su un'altra ipotesi, non questa, il fatto che fosse, diciamo così moderata e perfino di destra, non cambia il fatto che era diversa: io che sono convinto che lo sfondamento della destra si produce perché prende velocità sullo scivolo offerto dal centrosinistra, cioè la destra può annullare l'art. 18 perché il centrosinistra ha fatto la liberalizzazione del mercato del lavoro, se no, non l'avrebbe potuta fare e questo è chiaro come il sole. Cioè ha preso una velocità e va dentro di slancio perché ha demolito tutti gli elementi di diga che si avrebbero potuti opporre a questo sfondamento; tuttavia, nel momento in cui produce lo sfondamento fa un salto di qualità che spiazza totalmente il centrosinistra, che è la ragione per cui "Agnelli & C." scelgono le destre, esattamente, perché, operato il logoramento, dovevano fare questa precipitazione, questo passaggio.

Di fronte a questo, il centrosinistra non ha più alcuna prospettiva, nessuna. E quindi è attraversato da un vero e proprio terremoto per il suo riposizionamento che comprende il sindacato, e in particolare la CGIL, che è parte di questa crisi e riorganizzazione del centrosinistra.

In che senso questo può determinare, però, dei problemi per noi e per il movimento? Nel senso che questa crisi produce delle spinte centrifughe nel centrosinistra e, in ogni caso, propone al centrosinistra una strategia dell'attenzione che, per quanto tardissimamente, non può che essere assunta. Cioè il centrosinistra non può fare altro che la manifestazione di domani, non può fare altro che mandare un po' dei suoi osservatori a Porto Allegre. Prima di Genova e a Genova poteva stare fuori ed è stato fuori, in nome del permanere di un'opzione strategica che era la legittimazione del centrosinistra come governo in Italia, parte del governo clintoniano del mondo e gestore del temperamento delle politiche neoliberiste. Nel momento in cui viene spiazzato, cosa può fare se non, da un lato, senza aderirvi, avere un'attenzione nei confronti del movimento, e dall'altro tentare di raccogliere le spinte centrifughe che si stanno producendo?. Perché è vero che il Palavobis costituisce un elemento centrifugo rispetto al centrosinistra. Non il centrosinistra, ma settori del medesimo, pensano di potere trovare lì la forma della loro riattivazione nella politica. Adesso, per dirla proprio brutalmente, chi fa questa proposta più organicamente di tutti è il manifesto che dice -va bene basta, il centrosinistra ormai è morto, mettiamo D'Alema e Fassino insieme alla Margherita, li chiamiamo "centro" e quello che sta di qua la chiamiamo "sinistra" e, meglio se guidata da Cofferati, se no da qualche altro, questo nuovo aggregato tiene i rapporti con i movimenti e alle elezioni si allea al centro per tentare di battere la destra - questo è lo schema.

In questo schema ci possono essere mille possibili varianti quello che si deve sapere, secondo me, è che questo schema è alternativo al nostro, radicalmente alternativo. Che questo schema è uno schema che uccide l'autonomia alternativa di Rifondazione Comunista e tende a strangolare la crescita del movimento, riproducendogli di nuovo il tema della compatibilità che è la cosa che consente alla CGIL, insieme, di programmare lo sciopero e di pensare alla ricostruzione della concertazione che, seppure sia totalmente fuori dal novero delle cose pensabili, resta sul tappeto.

Ora, credo, dobbiamo evitare due errori: l'uno è quello, naturalmente, di sparare su tutto ciò che non siamo noi. L'altro invece è quello di aderire acriticamente. Questo vale per tutto, persino per quella cosa assolutamente straordinaria che è lo sciopero della CGIL. Debbo dire che penso che questo sciopero segni un passaggio cruciale, proprio un passaggio di fondo, guardate non c’entra niente il primato di un'organizzazione sull'altra, c’entra proprio un principio di realtà. Lo sciopero generale proclamato dalla CGIL da sola, cioè fuori dalla concertazione con le altre confederazioni sindacali e la possibilità giustamente auspicata, anzi decisiva, di tutte le organizzazioni sindacali extraconfederali di proclamare lo sciopero generale, apre obiettivamente un passaggio di fase; da questo momento credo che bisogna ragionare su questa nuova fase che si apre.

La decisione dello sciopero non era una decisione scontata e non è una decisione indolore. Nel momento in cui si realizzasse questa rottura (manifestazione del 23 e sciopero generale del 5), noi saremmo indubbiamente di fronte a un panorama significativamente modificato: faccio notare che anche lo sciopero generale come tutte le forme di protagonismo divide il centrosinistra. Perché il centrosinistra può stare insieme solo dicendo il no a Berlusconi, ma appena o deve stabilire un rapporto con un movimento quale che sia, oppure determinare un confronto programmatico, entra in crisi perché appunto è preso in una contraddizione: tra un impianto assolutamente neoliberista e totalmente interno alla ristrutturazione del potere capitalistico, diciamo così, mondiale e il rapporto con movimenti che, pure in forme diverse, pretendono una qualche presa di distanza se non di contraddizione con questo impianto.

Qual'è il punto debole di questa cosa? Mi pare evidente, è detto da tutti, è l'inesistenza di una piattaforma. Anzi diciamo così, lo voglio dire brutalmente (questo lo penso io), la CGIL è oggi il sindacato più privo di una linea contrattuale che si conosca: cioè non ce l'ha. Adesso leggevo le schede che la CGIL propone come base per la piattaforma su cui fare lo sciopero generale. E’ davvero impressionante! Uno scontro di questa portata esige la definizione di una piattaforma; noi dobbiamo naturalmente forzare nella funzione evolutiva, ma badate che la cosa è enorme. Non c'è una sola idea sul lavoro, una sola! Né sul salario, né sull’orario, né sull’avvio di una ricomposizione di classe che allarghi le tutele dell’Art. 18.

C'è il problema di registrare criticamente anche la nostra influenza su questo itinerario, interno ed esterno.

Ho come altri compagni - come Stefano - condiviso l'itinerario della sinistra CGIL, e però alla luce dell'esito finale, credo che questo percorso vada riesaminato criticamente.

Ripeto, non sono uno che sottovaluta la discontinuità (diceva anche Ferruccio sul terreno della guerra, da come era la formula precedente "una contingente necessità", parola terribile, alla denuncia della guerra), però faccio notare che appunto lo sciopero generale è materia davvero grandissima in un ordine del giorno e non di un intero impianto congressuale: l'impianto congressuale si giustifica sulla struttura contrattuale, sulle forme di democrazia, sull'essere sindacato e su questo terreno, diciamo, la crisi della CGIL viene totalmente confermata.

Questo è un punto molto difficile, molto delicato, perché non è neutrale, non è un vuoto, è un pieno: cioè è l'idea che tu CGIL fai lo sciopero generale, reagendo a uno sfondamento di proporzioni gigantesche dentro la linea che tuttavia è organica e, come è stato detto, non è semplicemente l'attacco all'art. 18. Dentro a quella scena, tu reggi, tieni botta, vai allo scontro, ti rapporti con gli altri movimenti e contemporaneamente dici l'unica cosa che non si può dire: "ricostruzione della concertazione".

Allora, come stiamo su questa contraddizione? Tutti stiamo su questa contraddizione. Penso che su questa contraddizione dobbiamo tentare di agire dall'interno e dall'esterno e collocando questa battaglia politica su tre punti essenziali: la prima è come concorriamo tutti (tutti sto parlando non solo del partito ma di tutte le componenti sindacali) alla crescita e allo sviluppo del movimento fino al forum sociale europeo; questo è un punto che ha una ricaduta sindacale precisa, non è un'altra cosa. Non credo che si costruirà una piattaforma larga, non dico adesso il confine che non so immaginare; in un sindacalismo, diciamo, combattivo, per usare un termine molto indefinito, se non in una relazione stretta col movimento. Cioè, non credo alla possibilità che una battaglia chiusa dentro il quadro del sindacato isolato da questo contesto abbia una possibilità di riuscita positiva. La riuscita positiva dipende in larga misura, secondo me, dal rapporto interno-esterno, dalla crescita del movimento e quindi dal problema di come nel movimento la questione sociale viene assunta come questione fondamentale. Dopo Porto Alegre, che nesso c'è tra lo sviluppo dei movimenti e la vicenda della Palestina, quella della guerra e l'affermarsi della questione sociale? Non come ovviamente supplenza al sindacato, non come elemento separato, non come partito, ma proprio come riattraversamento da parte del movimento di questa questione come propria: penso ai problemi di rapporto col territorio, alle vertenze, alle lotte e da questo punto di vista la partecipazione alla manifestazione del 23 e allo sciopero del 5 è decisivo.

Penso che dobbiamo avere un ruolo nel dispiegare una iniziativa affinchè tutto il movimento, non soltanto delle sue componenti, ma tutto il movimento, sia presente con la sua piattaforma e le sue caratteristiche al 23 e al 5 e che veda questi appuntamenti come un passaggio interno al suo sviluppo, non solo nelle diverse componenti sindacali, proprio nel movimento come tale.

Vorrei dire alle compagne e ai compagni del sindacato che certo avvertono più di me questa questione, penso che questa battaglia non la si può perdere, perché se fai lo sciopero generale e perdi sull'art. 18 non è che l'indomani in qualche modo riprendi per questa via, sei dentro lo scardinamento della struttura contrattuale e dentro una vera e propria mina che può destrutturare complessivamente anche gigantesche potenze sindacali. Non si può avere un errore interpretativo su questo punto, cioè non è che dici -faccio lo sciopero generale e poi quelli fanno la legge sull'art. 18 e poi ricominciamo. No, non ricominci. Non è che passi la mano, il problema ti si pone lì: come non perdi, primo, come non fai fare un compromesso deteriore che si muove nella stessa direzione e come, appunto costruisci una piattaforma.

Terzo, secondo me è essenziale ormai la crescita di nuove forme di organizzazione del movimento di lotta sociale del sindacalismo e, problema minore, ma importantissimo, come si costruisce una relazione tra tutte le sinistre sindacali, e questo secondo me (badate, può darsi che esageri) è un punto capitale. Vi prego di capire cosa voglio dire, perché so che non si potrebbe dire così, per me oggi il tema dell'unità delle forze di sinistra sindacale, dovunque dislocate, sta agli anni che viviamo come il tema dell'unità sindacale stava agli anni '60. Cioè, è un elemento costitutivo della ricostruzione non solo di un sindacalismo confederale di classe, di massa, democratico, ma di una massa critica soggettiva in grado di armare la diffusione e l'organizzazione del conflitto sociale.

Non è la proposta di una geografia banale, elementare di schieramento, parlo di forze che si dislocano anche senza le etichette, senza le targhe.

Da questo punto di vista penso che quello che si è attivato nello sciopero del 15 febbraio, con la proclamazione dello sciopero, la riuscita di massa e l'attenzione inedita in due sindacati, secondo me, cruciali della evoluzione della CGIL, come i metalmeccanici e gli insegnanti, è importantissimo, non risolve nulla ma è un indicatore di una tendenza su cui dobbiamo lavorare a fondo.

Questo elemento secondo me deve attraversare anche la CGIL, non ho consigli da dare, sento che ci sarebbe bisogno di fare un nuovo congresso della CGIL adesso, dopo lo sciopero generale, dico per dire che si propone il tema che avevamo proposto senza successo prima del congresso: quello della rottura, non della rottura organizzativa, ma della rottura politica. O la CGIL dallo sciopero, dialogando con le forze attive dei movimenti apre una discussione di fondo sulla sua piattaforma rivendicativa, contrattuale, sugli obiettivi, oppure va costretta con un'operazione di rottura, sul terreno anche della dislocazione delle forze.

Come partito, credo, possiamo concorrere a questo obiettivo di una piattaforma del movimento, anche adeguando la capacità del partito a organizzare inchiesta, esperienza sociale, contributo alla crescita di un'opposizione sociale. Come è stato detto da molti compagni, molto giustamente, a partire dal primo intervento, questo è il nostro punto debole. È stato detto con una frase "la differenza tra le parole e i fatti", insomma non sempre è così, ma certo c'è un problema, che è un problema di soggettività politica, di cultura politica, di comportamento, di prassi e di organizzazione. Per fare questa cosa dobbiamo cambiare e per cambiarci dobbiamo fare questa cosa.

Penso che a Treviso avevamo individuato questa pista, la cosa che diceva Stefano secondo me è giustissima, possiamo verificarne l'avanzamento e gli elementi di arresto, come in tutta l'attività del partito. Però credo che quello che è avvenuto anche qui non è totalmente estraneo al nostro lavoro, non è che dico lo sciopero della CGIL ce lo siamo guadagnati, come tutti, dentro e fuori, con la crescita del movimento vi abbiamo concorso, cioè non era così facile pensare che arrivassimo a questo esito. E per strada abbiamo affinato anche alcune forme di intervento che hanno nel lavoro la loro intelaiatura fondamentale. In tutto il nostro fare, nelle tesi, nelle attività, il tema del lavoro è il prisma di lettura dell’intero assetto della società, ed è l’elemento che ha proposto continuamente la connessione tra le spinte, anche etico generali, del movimento e la sua precipitazione in organizzazione sociale. Anzi, semmai, vedo un difetto di connessione tra il lavoro e la riproduzione sociale, tra il lavoro e l’organizzazione sociale, quello sì, ma che magari con delle interpretazioni discutibili sulla evoluzione del lavoro salariato, che io difendo, ma che ammetto essere discutibili, tuttavia un punto è certo: che noi abbiamo attribuito al lavoro questo assoluto carattere prismatico nella capacità di decifrare le contraddizioni della modernizzazione capitalistica e di organizzazione ed anche della qualificazione del movimento dei movimenti. Su questo abbrivio siamo andati affinando anche delle forme di intervento, sono state ricordate qui (lo ha fatto Alfonso) nei termini che condivido molto. Le richiamo proprio nelle tre linee essenziali:

1. l’organizzazione di campagne. Guardate, questa cosa non è vero che è una cosa ordinaria, bisogna discuterne seriamente; bisogna discuterne come si discute di un referendum; chiunque abbia fatto esperienza di referendum e di tavoli sa che ci vuole una fortissima determinazione politica, persino una sorta di esaltazione sull’obiettivo, e poi non una traduzione burocratica, ma una capacità creativa di ripensare l’obiettivo a ridosso di pratiche sociali. Non si fa per regalo. Spesso abbiamo detto campagna, e non ci abbiamo neanche pensato, propongo che ci pensiamo; cioè che mettiamo a fuoco l’idea di una campagna. Vuol dire che una volta che l’abbiamo decisa, ci lavoriamo per uno o due anni, non per qualche settimana, e che quella diventa un asse costante del nostro lavoro, capace di interrogare la cultura, di guadagnare la dimensione internazionale a partire da quella europea, di individuare i soggetti sociali principali, di individuare le forme di organizzazione della medesima, persino in termine di comunicazione di massa e informali: una campagna, appunto. Una campagna che consente persino la lettura della cifra della nostra soggettività politica. Se uno dice salario europeo, deve incominciare un percorso che arriva fino a inventare una capacità di contaminazione del sindacato ai fini di organizzare delle vertenze, "fino a", ma appunto costruendo una vera e propria campagna. Penso che dovremmo fare due campagne: una sul salario europeo, e l’altra sul rilancio delle 35 ore, come due elementi portanti della nostra fisionomia politica, della nostra capacità di mobilitazione, della nostra capacità di attrazione, della nostra capacità di formare opinione; vorrei che alla fine dell’anno arrivassimo a una mobilitazione del tipo di quella della Tobin Tax, per dare un’idea, per ampiezza dello schieramento, per organismo in grado di rappresentare quell’istanza, per relazioni internazionali: questo vuol dire fare una campagna. Discutiamone, possiamo dire di no. Ma se decidiamo di si, questa volta vuol dire che scegliamo così, che destiniamo forze, energie, che stabiliamo un coordinamento tra le diverse presenze nel sindacato e nel partito, perché non ci sono recinti separati, che si avvii davvero un processo. Perché prendere il modello della Tobin Tax? Perché vuol dire che donne e uomini di diversa dislocazione ci provano, vanno in giro, fanno convegni, promuovono iniziative, arrivano fino alla legge di iniziativa popolare. Quindi, prima campagna. Tra l’altro, a volte sono sbigottito, perché non riusciamo neanche a giocare di rimessa su delle palle che ci vengono lanciate. Si sta facendo la campagna elettorale in Francia sulle 35 ore, guardate che lo so anch’io che bisogna fare una discussione critica sulle 35 ore e la sua applicazione in Francia, è vero, sul rapporto 35 ore e flessibilità, sul consenso basso tra gli operai e sul consenso altissimo dei quadri, lo so. So tuttavia che a questo punto precipita così, che Chirac è il partito contro le 35 ore e la Gauche plurielle è il partito delle 35 ore, e che si parla della cultura delle 35 ore. Ora, trovo singolare che addirittura in Italia si fa una polemica giornalistica con noi chiedendoci "ma che fine hanno fatto le 35 ore?" e noi siamo sostanzialmente muti. E qual’è la nostra influenza sul terreno sindacale? Appunto, primo, dunque, una campagna: salario europeo e 35 ore.

2. Su questo me la cavo più rapidamente, la legge di iniziativa popolare. La Tobin Tax è avviata, dobbiamo starci con gradissimo impegno, alcune leggi possono essere costruite su questo terreno del salario sociale. La questione del salario sociale (ne parlava Alfonso) può essere anche un terreno difficile perchè altri protagonisti possono entrare sulla scena; si tratta di vedere le relazioni, la compatibilità, ma insomma, questa delle leggi di iniziativa popolare mi sembra la seconda cosa.

3. Referendum. Su questo dei referendum, essendo d’accordo sulle cose che Alfonso ha detto, penso che questa è una delle cose che, allorché partisse, realizzerebbe un’altra novità significativa. Non è la prima volta che viene sollevata la questione dell’estensione ai lavoratori sotto i 15 dipendenti della tutela della giusta causa. Vorrei che venisse colta la novità assoluta di questo passaggio, che coglie un mutamento nella composizione sociale di classe rilevantissima, che può essere l’avvio di un discorso che arriva a tutto il campo della precarietà. Cioè è l’apertura di una finestra, l’idea che da qui muovi verso, lasciatemelo dire così, un nuovo statuto del lavoro: cioè muovi, apri un grimaldello, forzi in una direzione ed apri un vero duro conflitto di classe, perchè con una cosa così in Italia si attivano discriminanti profondissime. E, anche agli effetti dei processi politici, la trovo di straordinaria importanza, sia sul terreno sindacale che sul terreno politico. L’iniziativa la prende la FIOM e quanti altri sindacati si aggregano intorno a questa cosa e, sul terreno politico, insieme a Rifondazione Comunista, quanti altri, non solo soggetti politici, ma anche associazioni, forme di movimento, penso al mondo cattolico che frequenta il movimenti dei movimenti. Come può buttarsi una cosa di questo genere? Questo può davvero cambiare anche il soggetto politico sindacale protagonista della vicenda, agganciando anche questioni importanti come quella ambientale. Insomma si può costruire davvero, io credo, un processo in cui, attraverso le campagne, la legge di iniziativa popolare e il referendum, non sostitutive ovviamente del conflitto, della vertenza, del contratto, si è in grado di costruire una sorta di rete di protezione a cui potersi agganciare per riaprire il conflitto. Poi possiamo dare un vero contributo, interno al movimento e direttamente anche all’interno del partito, lavorando, secondo me, alla ricostruzione di un tessuto vertenziale territoriale aziendale, che è l’unico modo per contrastare la tendenza della Confindustria a desindacalizzare e a distruggere la struttura contrattuale esistente.

A me pare, ho finito, che i segni di questa possibile ripresa ci sono. Anche io (adesso parlo di piccole cose, le citava anche Stefano) ho fatto una riunione sabato mattina a Milano sulla questione della salute in fabbrica e c’erano i compagni di Porto Marghera. L’esperienza del cloruro di vinile, giù fino alla vicenda della Breda, amianto ed altre cose, francamente sembrava di essere tornati a una riunione dei sindacati dei consigli degli anni ’70. Cioè il linguaggio, le culture ritornavano a Marcaccaro a Oddone, per i più giovani, portatori di modelli di rapporto tra la salute e l’ambiente tra l’intervento sulla causa che produce malattie e la conquista del benessere psicofisico, e fondata sulla critica alla neutralità della scienza, la connessione tra lo sfondamento sull’art. 18 e l’arbitrio padronale nella determinazione delle sostanze nocive, e via di questo passo.

Uno si chiedeva: ma come diavolo è successo? È successo che, appunto, così come per i movimenti di cui ho parlato, sale sopra la traccia anche ciò che è rimasto faticosamente a sedimentarsi nel sottosuolo. E’ la crescita del movimento che gli consente di fuoriuscire. E’ come se tu porti una calamita sopra un mare di spilli e ridisegni il percorso degli spilli, perché appunto, erano delle latenze, ma erano soffocate dalla coltre di una cultura compatibilista, moderata, da un comportamento del sindacato abrasivo da cui non ne venivi fuori se non scrivendo qualche saggio di testimonianza e che invece si rianima della possibilità, oggi, di ricostituirsi. Ieri ero a Bruxelles e c’era una riunione dei compagni dei Cobas dei lavoratori dei trasporti dell’Orsa di diversi paesi europei ed era così impressionante che un deputato europeo (uomo d’ordine della Cisl Siciliana) è intervenuto dialetticamente dicendo di grandi interessi: bisogna capire come favoriamo la costruzione di un rasaeu europeo che sia in grado, sulla questione degli appalti, di riprendere il bandolo di un’iniziativa, di una capacità di contrattazione, di riaprire uno spazio. Insomma, è anche qui la stessa cosa, cioè francamente mi pare che potremmo cogliere il passaggio dello sciopero generale per fare un’operazione di investimento generale. Ma la cosa su cui vorrei insistere, questo investimento generale, secondo me, ha bisogno di due elementi per prodursi; lo so che è una testardaggine, perché non è la prima volta che l’ho detto, ma fino a qui non si sono realizzati. Continuo a pensare che questa mancata realizzazione è tanta parte di ciò che abbiamo accumulato in termini di insuccesso: il primo è l’idea della rottura con le pratiche esistenti, dentro e fuori alle grandi organizzazioni.

La seconda è la messa in relazione della sinistra sindacale, dovunque siano dislocate e qualunque sia la loro autodefinizione, come elementi propulsivi di un progetto che si possa costituire in questa direzione. Penso che dobbiamo rendere permanente il coordinamento tra i sindacalisti del partito: complessivamente come sinistra sindacale e specificatamente nelle singole organizzazioni, compreso quel punto per noi decisivo che resta la CGIL, senza pregiudicare la libertà delle compagne e dei compagni di associarsi nei sindacati come ritengono, ma determinando un punto di continuità e di organizzazione del lavoro tra compagne e compagni di Rifondazione Comunista per potere determinare, qui mi riferisco in particolare alla CGIL, almeno quello che ci consente di costruire le condizioni per lavorare insieme su un progetto politico.