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CPN 17 - 18 gennaio 2026

Riccardo Gandini

Il Segretario si è dilungato su moltissimi punti, per ovviare a eventuale confusione che potrebbe essersi creata nella relazione, cercherò di intervenire sui punti che considero personalmente dirimenti.

Si è giustamente messo all'ordine del giorno il punto sulla situazione estera, un partito comunista si fonda prima di tutto sul suo carattere internazionalista e sul non essere un soggetto avulso alle dinamiche internazionali, semmai il contrario essendo nato come sezione di una organizzazione internazionale.

L'analisi però vorrebbe non solo l'espressione di una opinione su ciò che succede all'estero ma sugli effetti che ciò ha nel nostro Paese, nella nostra classe lavoratrice e su come costruire una propria strategia di risposta alla macelleria sociale che vige ininterrottamente in Italia da più di 30 anni.
Su quest'ultimo punto ho sentito poco.

Si è parlato di questa assemblea che si svolgerà a Bologna, "o i re o la libertà" presso il noto centro sociale TPO. L'appello ha senza dubbio una forza evocativa. Il linguaggio è potente, la metafora dei "re" individua un nodo centrale del nostro tempo: la concentrazione del potere economico, politico e tecnologico, la guerra come strumento ordinario di governo, la devastazione sociale e ambientale prodotta dal capitalismo globale.

Tra i re vengono annoverate figure molto diverse, per non scontentare nessuno, da Trump a Xi, passando per il primo ministro indiano e qualche leader europeo. Tanta è la confusione sotto il cielo ma quando si trasborda una piattaforma estera in Italia spesso succede.

Il testo è suggestivo, ma resta fumoso. Evoca scenari, individua nemici, costruisce un immaginario sedicente radicale – "o i re o la libertà" – ma non chiarisce quale sia la proposta politica concreta, quali siano i passaggi, gli strumenti, le priorità. Non si capisce se siamo di fronte a un percorso di mobilitazione, a una piattaforma politica, a una prospettiva elettorale o a una rete di movimenti. E senza questa chiarezza, il rischio è che l'appello resti un manifesto simbolico, incapace di incidere realmente nei rapporti di forza.

Abbiamo sentito in relazione una analisi lunga di guerre e conflitti internazionali: Iran, Ucraina, Venezuela, gli equilibri geopolitici globali. Ma della situazione politica nazionale si è parlato pochissimo al di là dei progetti elettorali locali, purtroppo dell'ultimo minuto tranne rari casi. Eppure, viviamo in un Paese in cui quasi la maggioranza del Parlamento e una buona fetta dell'opposizione sono apertamente schierate per il riarmo, per l'aumento della spesa militare, per la subalternità alle strategie belliche della NATO e dell'Unione Europea.

Qui si apre un vuoto politico enorme: come si costruisce un'opposizione efficace in Italia oggi? Qual è la strategia contro un governo che accelera su guerra, repressione, privatizzazioni e distruzione del welfare? E soprattutto: con chi?
Dobbiamo avere il coraggio di dirci che un conto è un fronte, un altro una accozzaglia.

Mettere insieme tutte le forze formalmente all'opposizione non significa vincere le elezioni, qualcuno diceva che in politica uno più uno non fa due e credo tutti noi lo sappiamo benissimo, così come non mi illuderei e non aspetterei che vi siano cambi di linea del PD perché vi sono contraddizioni interne in corso. Le contraddizioni, se non producono rotture politiche reali, restano esercizi retorici.

Al momento esiste un solo grande movimento reale, quello dell'asticella sul costo dei beni al consumo, degli affitti, dei servizi, che in alcune zone della mia regione è aumentata in media di oltre il 30% in 38 anni, compresi i periodi in cui al governo nazionale vi era il centrosinistra.

Le elezioni politiche del 2027 sono alle porte. Non possiamo far finta di nulla né continuare a nasconderci dietro appelli suggestivi o geometrie variabili. Oggi siamo privi di una strategia, e ciò che viene scambiato per realismo è spesso solo una somma di tatticismi di corto respiro, utili a tenere insieme equilibri fragili ma incapaci di costruire un'alternativa credibile.

Il nostro obiettivo principale dovrebbe essere impedire che Giorgia Meloni governi questo Paese per i prossimi vent'anni e ridare dignità alle lavoratrici e ai lavoratori italiani con uno Stato che li sostenga e non li massacri. Ma se la risposta è riproporre fronti fumosi, magari coinvolgendo forze che hanno preparato il terreno sociale, economico e politico su cui la destra ha costruito il proprio consenso, allora il rischio concreto è l'opposto: con queste prospettive la Meloni governerà quarant'anni.

È per questo che diventa urgente iniziare a costruire qualcos'altro. Un progetto politico fondato su punti chiari e non negoziabili. A partire da una pace senza sé e senza ma, la neutralità del nostro Paese, il rifiuto del riarmo e della guerra ma anche alla tutela del lavoro, contro la precarietà strutturale e lo sfruttamento. Dalla difesa e dal rilancio dei servizi pubblici, a cominciare dalla sanità, sottraendoli definitivamente alle logiche di mercato.

Solo su basi di questo tipo può nascere un'alternativa reale. Tutto il resto rischia di essere solo l'ennesima operazione di sopravvivenza politica, mentre il Paese continua a scivolare, lentamente ma inesorabilmente, verso un futuro sempre più diseguale.

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