Partecipa e contribuisci all'attività di Rifondazione Comunista con 15 euro al mese. Compila questo modulo SEPA/RID online. Grazie

CPN 17 - 18 gennaio 2026

Franco Ferrari

Per non perdere la bussola sui fondamenti

La questione del "campismo", che è stata posta nella relazione, affronta un problema che ognuno di noi riscontra seguendo il dibattito pubblico attraverso i social e anche nelle posizioni di alcuni intellettuali. E quindi penso che sia giusto che noi esprimiamo una posizione netta.
Io do una definizione di "campismo" leggermente diversa da quella che ha dato il compagno Acerbo. Sicuramente esprime una lettura semplificata del mondo dividendolo in due campi contrapposti, il che oggi è anche difficile perché molti Stati tendono a giocare su più tavoli contemporaneamente. Ma credo che indichi un altro elemento che va sottolineato ovvero la subordinazione dei movimenti sociali, di classe, di lotta democratica, di conquista dei diritti, al ruolo prioritario degli Stati.
E in questo senso c'è anche un mutamento del significato del "campismo" nel tempo. Quando esisteva effettivamente un "campo socialista" (con tutte le distorsioni e le degenerazioni che sappiamo) c'era, all'interno del movimento operaio e rivoluzionario, che attribuiva una preminenza assoluta alla realtà statale. Prima dell'Unione Sovietica (da alcuni sostituita ad un certo punto dalla Cina) e poi dell'insieme del blocco socialista. Questo ha prodotto errori politici anche gravi, ma restava dentro un movimento globale che operava comunque tutto nella direzione del superamento del capitalismo e della trasformazione socialista.

Con la caduta del blocco socialista, si è determinato un contesto di espansione globale del capitalismo. Oggi non esiste più un insieme di Paesi che si fondino su un'alternativa socio-economica al capitalismo. Si può discutere se la Cina sia ad uno stadio iniziale di socialismo o piuttosto una forma di capitalismo organizzato diretto politicamente, ma in ogni caso non si propone come nucleo espansivo di un'alternativa socio-economica al di fuori dei suoi confini.
Quindi il campismo senza "campo socialista" muta di qualità in senso negativo perché tende a diventare facilmente la subordinazione dei movimenti di emancipazione e di liberazione a Stati a direzione capitalista, ma a volte (vedi il caso dell'Iran di questi giorni) a capitalismi diretti da forze reazionarie.
Per certi aspetti anche più preoccupante è l'emergere di tendenze ideologiche che fanno rientrare dalla finestra ciò che si sperava fosse uscito dalla porta.

Segnalo a questo proposito alcune categorie d'analisi che sono penetrate anche in settori che teoricamente si collocherebbero a sinistra o addirittura all'estrema sinistra. Penso all'abuso del concetto di geopolitica, sul quale giustamente ha aperto una polemica sul Manifesto Emiliano Brancaccio. La geopolitica, in breve, assume che i protagonisti dello senario globale siano gli Stati, intesi come soggetti unitari, non attraversati da conflitti di classe, che regolano i loro rapporti sulla base di interessi che restano immutabili nel tempo e in cui non viene mai escluso l'esercizio della forza.
Trova anche molta diffusione la tesi sul "declino dell'Occidente", che anche in questa sede trova estimatori e ripetitori. Di "declino dell'Occidente" iniziò a parlare Oswald Spengler, un autore conservatore e antisocialista, all'inizio del '900. Ora sulla paura di questo declino spargono calde lacrime gli editorialisti del Corriere della Sera (Panebianco, Galli della Loggia, ecc.). Il punto che ci distingue non è che laddove loro vedono un male noi vediamo un bene. Ma che noi dovremmo contestare l'uso del concetto di Occidente che presuppone che questo sia un'entità definibile sulla base di criteri puramente ideologici. Occidente è anche il movimento operaio, sono Marx ed Engels, la lotta di classe. È anche l'insieme delle forze che dentro le contraddizioni dell'Occidente si sono battute contro il colonialismo e per la liberazione umana.

Forse sarebbe più utile leggere l'attuale situazione come un effetto dell'espansione del capitalismo a livello globale. E dato che il capitalismo è per sua natura processo e movimento, come è sempre avvenuto, esso ridefinisce le gerarchie interne e questo certamente apre dei conflitti. Nel discorso della compagna Fraleone, che si è qui dilungata sul tema dell'Occidente, non a caso, scompare il soggetto capitalismo.
Un altro concetto, o meglio pseudo-concetto, che credo andrebbe analizzato criticamente è quello di "russofobia". Ho trovato abbastanza inquietante l'editoriale dell'ultimo numero di "Su la testa". A me pare che la ricostruzione di una "russofobia" millenaria, che si ripropone sostanzialmente immutata, sia storiograficamente inconsistente. Addirittura apprendiamo che sarebbe nata la russofobia prima della Russia, intesa come stato modernamente definibile come tale.

È uno pseudo-concetto perché pretende di spiegare vicende storiche del tutto diverse, espressione di contesti politici e sociali lontani tra loro intere epoche, per assumere un unico criterio interpretativo. Nel calderone ci finiscono i bizantini, lo scisma ortodosso, Napoleone, l'imperialismo britannico, il nazismo, Brzezinski, come in un disordinato negozio da rigattiere. Si omettono i nomi di due intellettuali dell'ottocento europeo che furono tra i più violenti critici della Russia (zarista) ovvero Marx e Engels. Che infatti furono tacciati di russofobi da Bakunin che, di suo, era slavofilo. Si può pensare che la critica dei rivoluzionari e democratici dell'800 allo zarismo retrivo e repressivo sia equivalente all'ostilità nei confronti dell'Unione Sovietica?
Il tutto basato sul libro di un solo autore, un giornalista e politico svizzero, uscito dalla democrazia cristiana per confluire nel partito della destra populista xenofoba. Non stupisce che sia stato premiato da Putin perché la "russofobia" svolge la stessa funzione della categoria di "putinismo" per Calenda e Picierno, ma nel campo avverso. Delegittimare la critica non alla Russia in generale, quanto alle politiche specifiche del regime di Putin. E spero che noi, pur lavorando perché si metta fine alla guerra in Ucraina e contrastando la corsa al riarmo, di critiche alla sua politica continueremo a farne.
Io ritengo che se noi assumessimo queste categorie concettuali come base della nostra analisi, oltre a trarne conseguenze politiche del tutto errate, rischieremmo di perdere la bussola sui fondamenti.

chiudi - stampa