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Partecipa e contribuisci all'attività di Rifondazione Comunista con 15 euro al mese. Compila questo modulo SEPA/RID online. Grazie CPN 17 - 18 gennaio 2026 - Documento approvato Contro l'imperialismo e l'autoritarismo trumpiano, il nostro impegno per la pace, l'internazionalismo, la democrazia (documento approvato dal CPN di Rifondazione Comunista il 18 gennaio) La politica Trump verso il fascismo aperto La situazione politica globale è segnata dalla crescente aggressività e violenza che emana dall'amministrazione di Trump. Questa si rivolge al mondo con il rifiuto di rispettare qualsiasi norma consolidata di diritto internazionale, l'applicazione di dazi e sanzioni come strumenti di guerra, atti di vero e proprio brigantaggio imperialista che rappresenta una minaccia per tutti i popoli e per l'umanità nel suo complesso. Tutti gli strumenti di bilanciamento e di garanzie di equilibrio dei poteri che sono sempre stati vantati dalla retorica liberale nordamericana come esempio di una forma di democrazia compiuta e presentata come l'esito finale della storia dell'umanità dopo la sconfitta del socialismo e del comunismo, si dimostrano inconsistenti in presenza di un potere che si rivendica come assoluto. La politica trumpiana, come quella di Netanyahu sullo stesso solco, rappresenta oggi un punto di riferimento per tutta l'ultraadestra globale e ne anticipa e ne rafforza le tendenze alla soppressione progressiva di tutte le forme di libertà e democrazia, frutto in larga parte delle conquiste del movimento operaio, comunista e socialista, dei movimenti di liberazione nazionale e dei movimenti sociali anti-sistemici. A GAZA IL GENOCIDIO CONTINUA, LA CAMPAGNA PER LA LIBERAZIONE DI MARWAN BARGHOUTI A Gaza il genocidio continua mentre l'occhio mediatico si è spostato altrove. Nonostante il cessate il fuoco, i palestinesi continuano a essere uccisi, mentre Gaza rimane sotto assedio e l'UNRWA viene smantellata, mentre le famiglie lottano per la sopravvivenza. Questa non è pace: è una punizione collettiva, e il silenzio la rende possibile. Non solo l'esercito israeliano continua a uccidere, ma la popolazione sopravvissuta ai bombardamenti è ora vittima dell'inverno, dell'impossibilità di sufficiente accesso degli aiuti, o dagli attacchi sistematici operati dall'esercito sionista di scuole, ospedali, case, impianti elettrici e di fornitura idrica. A Ong e giornalisti viene ancora negato l'accesso, mentre il governo di Netanhyau toglie a 37 delle più grandi Ong internazionali la possibilità di continuare a lavorare revocando loro le autorizzazioni. In Cisgiordania il terrorismo dei coloni, spalleggiati dall'esercito, non solo miete vittime ma proseguono la confisca delle terre, l'abbattimento degli ulivi, la distruzione delle abitazioni, rendendo ancora più duro il regime di apartheid. Non possiamo non registrare l'affievolirsi del movimento di solidarietà con la Palestina, dopo le giornate straordinarie di settembre e ottobre. DIFENDIAMO IL ROJAVA Desta poi preoccupazione la situazione che registriamo in Siria, dove il nuovo regime guidato dall'islamista Abū Muḥammad al-Jawlānī, sostenuto dalla Turchia, ha ricevuto la piena legittimazione occidentale e costruito un vasto sistema di alleanze internazionali (dalla riapertura di canali con la Russia, alla benedizione di Arabia Saudita, Turchia ed EAU, fino all'incontro con Trump). Nel silenzio totale dei media, sono in corso attacchi militari contro quartieri curdi a Aleppo e l'autogoverno democratico del Rojava. Rifondazione Comunista ribadisce il proprio sostegno al movimento di liberazione curdo e alle sue esperienze di confederalismo democratico. Sosteniamo la campagna per la liberazione del Presidente Abdullah Ocalan e sosteniamo la sua proposta di pace e democratizzazione della Turchia e della regione che mette al centro la liberazione e il protagonismo delle donne. LA SOLIDARIETÀ CON IL POPOLO IRANIANO CONTRO OGNI INTERVENTO IMPERIALISTA Rifondazione Comunista esprime solidarietà al popolo iraniano che protesta contro la repressione del regime teocratico, per i diritti democratici e sociali. In queste settimane, in Iran si è sviluppato un ampio movimento di protesta contro le politiche economiche e sociali del regime iraniano che ha investito la stessa legittimità della teocrazia autoritaria che governa il paese dai primi anni '80 dopo aver conquistato il potere reprimendo tutte le forze laiche, popolari, democratiche e di sinistra che avevano lottato contro lo Shah. Il Partito Tudeh (comunista), che ha pagato duramente la persecuzione da parte del regime, ha espresso il proprio pieno sostegno alla mobilitazione popolare e alle rivendicazioni. La nostra solidarietà al popolo iraniano non fa venir meno il nostro impegno antimperialista e contro il tentativo statunitense di utilizzare anche i conflitti interni ai vari paesi per giustificare aggressioni, accaparramento delle risorse di cui dispongono e per soggiogare i governi ai loro interessi. I responsabili del genocidio del popolo palestinese non fanno guerre per la democrazia e i diritti umani ma per imporre il proprio dominio imperialista. Non c'è mai stata una seria intenzione di proteggere le/i manifestanti democratici iraniani. Sono stati strumentalizzati, con modalità – come gli annunci sulle infiltrazioni del Mossad - che hanno fornito al regime iraniano esattamente ciò di cui ha bisogno per giustificare la violenza e screditare il dissenso. Tutte le componenti dell'opposizione e della resistenza al regime islamico – tranne l'erede della sanguinaria dittatura dello Shah sponsorizzato da USA e Israele – si sono ripetutamente dichiarate contro una guerra che avrebbe conseguenze devastanti per il popolo iraniano. Condividiamo l'appello alla mobilitazione in tutta Italia di Rete Pace e Disarmo e della convergenza Stop Rearm Europe di cui facciamo parte. Critica del "campismo" Esprimiamo la nostra preoccupazione per il diffondersi di letture meramente geopolitiche, secondo le quali, i conflitti tra Stati debbano essere la bussola principale di giudizio nel valutare i movimenti di lotta all'interno dei singoli paesi. Riteniamo sbagliate e dannose per la ricostruzione di un internazionalismo che contrasti le tendenze alla guerra, le posizioni e pulsioni "campiste" che propongono di sostenere e difendere qualsiasi regime o soggettività in conflitto con l'imperialismo occidentale a prescindere da qualsiasi altra valutazione. Questi punti di vista ripropongono una logica che contestiamo all'avversario, nel distinguere tra un autoritarismo "buono" e uno "cattivo", una repressione "buona" e una "cattiva" a seconda di presunti schemi "geopolitici". O, come disse Draghi, in "dittatori utili". La subordinazione degli interessi generali del movimento operaio e rivoluzionario internazionale a quelli di paesi che si dichiaravano socialisti (con tutti i limiti e le deformazioni note) se poteva essere un limite ed un errore quando effettivamente esisteva un "campo socialista" nel Novecento, rischia di trasformarsi oggi in subalternità e codismo nei confronti di regimi e forze reazionarie, antidemocratiche e anticomuniste. È indispensabile, per analizzare il contesto internazionale e per trarne le corrette conclusioni politiche, respingere le analisi che rimuovono la dimensione strutturale del capitalismo, le sue contraddizioni e le sue dinamiche. Un capitalismo che mantiene la capacità di produrre profitti ma al prezzo di determinare una appropriazione della ricchezza da parte di settori della società sempre più ristretti e ormai dichiaratamente oligarchici e antidemocratici. Contemporaneamente il capitalismo ridefinisce le gerarchie tra capitalismi nazionali come storicamente ha sempre fatto, suscitando per questo conflitti e scontri che assumono anche la forma della guerra. Sono questi i veri temi che dovrebbero costituire l'ancoraggio della nostra analisi piuttosto che vaneggiamenti sulla "geopolitica" o sul "declino dell'Occidente", attraverso i quali, non di rado, vengono assunti punti di vista reazionari, seppur travestiti a volte da argomenti di "estrema sinistra". IN DIFESA DEL VENEZUELA E DI CUBA La natura aggressiva e violenta dell'Amministrazione trumpiana, contrariamente a qualche illusione che era circolata anche in settori della sinistra più o meno radicale, è ogni giorno più evidente e si misura sia all'interno, con la messa in campo di una vera e propria rete squadristica attraverso l'ICE, sia sul piano internazionale. La volontà chiaramente espressa dagli Stati Uniti è di mettere sotto controllo tutto il continente americano e per questo sono state già espresse pesanti minacce nei confronti di Cuba, della Colombia e del Messico, paesi nei confronti dei quali Rifondazione Comunista continuerà ad esprimere la più netta solidarietà. È evidente che l'ultradestra trumpiana ha come bersaglio tutta la sinistra e i governi progressisti latinoamericani. TRUMP E L'EUROPA Il "rapporto" tra Trump e l'Europa è una caratteristica fondamentale di questa nuova fase. In generale è un ulteriore "salto" oltre il suprematismo neocon. Va visto però in modi articolati. C'è l'eredità e la trasformazione del vecchio Atlantismo che mantiene il collante dell'anticomunismo. C'è il rapporto con la UE vista come articolazione subimperiale di cui ribadire la subordinazione. C'è quello con i singoli Stati europei segnato dai nuovi nazionalismi. C'è quello ideologico tra la destra Maga e le destre europee sovente eredi di quelle sconfitte nel '900. Trump è la conferma che il '900 poteva avere un corso diverso da quello determinato dalla vittoria contro il nazifascismo. Siamo di fronte come negli anni '20 e '30 del secolo scorso a una pericolosa connessione tra destre e "liberali". Con una preponderanza delle prime. Nel suo pragmatismo Trump si riferirà alla Europa tenendo conto di quanto potere conquisteranno le destre radicali. Economicamente sta segnando punti significativi a suo vantaggio in tutti i campi a partire da quello energetico. L'Unione Europea, e in particolare la Germania e la Polonia, punta sul warfare per seppellire definitivamente il compromesso sociale e democratico del welfare. Per il movimento operaio, e per le/i comunisti, è fondamentale ricostruire una lettura sociale e di classe dei rapporti interni all'Europa e con gli USA. Sfuggire alla morsa tra dazi e accordi liberoscambisti come quello UE-Mercosur. Non una Europa armata, la più debole tra i dominanti, ma una Europa democratica e sociale. La "guerra per la Groenlandia" è emblematica della catastrofe del vecchio mondo capitalista incapace di capire che la Groenlandia è punto cruciale non geopolitico ma ecologico. Da questi conflitti tra dominanti si esce liberando tutti i dominati. Sciogliendo le organizzazioni suprematiste come la NATO che ormai sono fonte di conflitti non solo fuori ma anche al proprio interno. Questa UE, neoliberista e guerrafondaia, non può essere la bandiera da sventolare contro il trumpismo. METTERE FINE ALLA GUERRA IN UCRAINA E OPPORSI AL RIARMO La nostra netta opposizione all'Amministrazione Trump e all'imperialismo MAGA non ci ha indotto a pensare che si dovesse boicottare la trattativa avviata per mettere fine alla guerra in Ucraina. Le posizioni assunte dall'Unione Europea e da molti governi europei sono state orientate più a porre ostacoli ad una soluzione che, per quanto insoddisfacente, potesse in ogni caso mettere fine alla carneficina in corso da quattro anni. Rifiutiamo l'europeismo bellicista che vede nell'economia di guerra e nel riarmo il recupero del ruolo che l'Unione Europea ha perso scegliendo la subalternità agli USA, alla NATO e al capitalismo finanziario statunitense. Una subalternità che oggi di fronte all'aggressività USA che non fa distinzione tra amici e nemici (si veda la questione della Groenlandia) e in un contesto di collasso dell'assetto determinatosi dopo la fine dell'Unione Sovietica e di crisi di egemonia del capitalismo liberista e globalizzato, rischia di travolgere la stessa UE. Le recenti dichiarazioni di Macron sulla necessità di tornare a parlare con la Russia (a cui si contrappongo affermazioni che alimentano il conflitto) o il cambiamento di tono del cancelliere Merz nelle sue dichiarazioni recenti sulla natura europea della Russia, possono essere timidi segnali del riconoscimento che le classi dominanti europee si sono infilate volutamente in una via senza uscita. Ma solo la costruzione di una mobilitazione europea e di un ampio fronte unitario contro il riarmo e la guerra può avviare una fase nuova. Per questo abbiamo criticato la decisione assunta da PD e AVS, nel parlamento europeo, di votare una risoluzione che rendeva più difficile la ricerca di una soluzione del conflitto fondata sulla trattativa. È dovere pacifista criticare queste posizioni che – presenti anche nella sinistra radicale in Europa – non favoriscono la lotta per la pace e nel nostro paese impediscono la costruzione di un'alternativa credibile anche al governo Meloni. Mentre sulla questione palestinese si è determinata una svolta positiva rispetto alle precedenti posizioni del PD non si può dire lo stesso sul conflitto in Ucraina anche se la segreteria Schlein ha dismesso l'oltranzismo atlantista di Letta e si sta aprendo in quel partito un dibattito. Solo un forte movimento per la pace può incrinare il bellicismo del Partito Socialista Europeo. Questo è un impegno che dobbiamo proporci con tutta la Sinistra Europea. Italia Neutrale In un mondo che corre sempre più veloce verso l'autodistruzione e in cui "la guerra mondiale a pezzi" è sempre più estesa si pone l'urgenza di proporre al nostro paese scelte coerenti con l'articolo 11 della Costituzione. Tutto ciò può apparire, ed appare, irrazionale agli occhi della stragrande maggioranza dell'umanità. Ma non lo è nei consigli di amministrazione del capitalismo finanziarizzato che scommette (investe direbbero loro) esattamente sulle guerre in corso e su quella grande e globale che deve venire. Non lo è per i politicanti (non politici, politicanti) che buttano benzina sul fuoco e che teorizzano nuove forme di razzismo e suprematismo occidentale. Non lo è nelle, chiamiamole analisi, di un esercito di giornalisti, pseudo esperti e pseudo intellettuali che parlano di "geopolitica" come se stessero giocando al risiko. Né gli uni né gli altri combatteranno mai in nessuna battaglia né saranno privati di nessuno dei loro beni superflui. Saranno i popoli a pagare tutti i prezzi imposti da classi dirigenti tanto avide quanto incapaci di fare conti che non siano i loro profitti a brevissimo termine. Ma non bastano più. È necessario che succeda qualcosa che fermi il respiro di tutta l'umanità. Qualcosa di potente che sia il segnale di una inversione di tendenza. Qualcosa che per quanto difficile sia giusta e quindi meritevole di sforzi e sacrifici. Saremmo intellettualmente disonesti se dicessimo di avere la soluzione del problema. Ma una cosa vogliamo proporla a noi stessi, per impegnarci in una campagna politica permanente, e a tutte le donne e uomini amanti della pace e della vera democrazia. Quella non rappresentata dalla politica spettacolo dei leader e del presidenzialismo all'americana. Se l'Italia, o un altro paese parimenti grande ed importante, ma per noi vale l'Italia, imboccasse su spinta del proprio popolo il percorso che lo porti a dichiararsi NEUTRALE, che dichiari di non voler partecipare né attivamente né passivamente a nessuna guerra, darebbe un vero e imbattibile contributo per la pace, per il rilancio dell'ONU, per la soluzione politica di tutti i conflitti in corso e a venire. E potrebbe essere un esempio da seguire. UNA MANOVRA ANTIPOPOPOLARE La legge di bilancio approvata dal governo Meloni ha espresso un indiscutibile profilo neoliberista, classista e antipopolare. Le decisioni assunte sulle pensioni configurano un esecutivo che ha scelto di presentarsi come il garante del capitalismo finanziario, della rendita e dei poteri forti contro un "campo largo" presentato con grandi esagerazioni come orientato troppo a sinistra. I proclami di Giorgia Meloni come "con la Destra al governo le patrimoniali non vedranno mai la luce" o il ricorso bocciato contro l'introduzione nelle regioni del salario minimo sono messaggi precisi di chi si presenta come garante del regime dei bassi salari, delle privatizzazioni, della precarizzazione. Il cosiddetto "piano per la casa" un tema che oggi viene vissuto in modo drammatico da una parte crescente della società italiana, oltre ad aver partorito un topolino è stato affidato direttamente ad un rappresentante della speculazione edilizia. L'attacco ossessivo contro la Cgil, i sindacati non allineati e contro la legittimità dell'esercizio del diritto di sciopero qualifica il carattere reazionario di classe di questo governo e la matrice da cui non si sono mai separati. Dal postfascismo all'oltrefascismo (Brancaccio) il passo è breve. Piegare la residua forza del sindacato e liberarsi del contropotere di una magistratura autonoma sono obiettivi su cui la destra incontra la simpatia di larghi settori della borghesia italiana. Gli scioperi generali dei sindacati di base e della Cgil, anche per la mancata convergenza in un'unica scadenza, non sono riusciti a ripetere la partecipazione enorme e moltitudinaria che si è registrata nelle giornate per la Palestina del 3 e 4 ottobre né a bloccare il paese con una massiccia adesione nei luoghi di lavoro. Non ne va assolutamente diminuito il valore – come tentano di fare i neoliberisti di tutti gli schieramenti – ma vanno visti come passaggi nella lotta contro un governo assai aggressivo sul piano sociale. I fatti dimostrano che la nostra determinazione unitaria e per la convergenza sia indispensabile per evitare divisioni sterili che indeboliscono la forza delle mobilitazioni. IL GIUDIZIO SULLE ELEZIONI REGIONALI I risultati delle elezioni regionali presentano caratteri contraddittori perché da un lato hanno segnato un "pareggio", e quindi una battuta d'arresto per la destra, ma a tempo stesso è cresciuta ulteriormente l'astensione e nelle vittorie del "campo largo" è forte il peso dei sistemi di potere locale. Se il risultato del voto certamente ha indebolito i centristi anti-Schlein – e questo è un fatto positivo – rimane l'assenza di una visione programmatica chiara e unitaria che delinei un'alternativa per il paese e in particolare per i settori popolari e le classi lavoratrici. Il nostro partito ha partecipato alle elezioni con collocazioni e modalità differenti regione per regione decise dai comitati regionali dando attuazione alla linea approvata all'ultimo congresso. Non è stato imposto un identico schema dall'alto su contesti differenti. In alcune regioni si è scelto di tentare di sfidare le antidemocratiche soglie elettorali presentando candidature indipendenti dentro liste in grado di eleggere all'interno della coalizione di centrosinistra (Calabria, Puglia), in altre abbiamo presentato il nostro simbolo partecipando a coalizioni di centrosinistra (Marche, Veneto), in alcune regioni abbiamo partecipato a liste unitarie alternative ai due poli (Toscana, Campania). Soltanto in Calabria si è riusciti a eleggere un consigliere regionale, il candidato indipendente Laghi, e al momento si attende il risultato del ricorso in Toscana che potrebbe determinare l'elezione della candidata Bundu. I risultati differenti non si discostano di molto dalla precedente tornata per il nostro partito e le liste da noi promosse, si confermano differenze nel peso elettorale nei diversi territori già note. Risulta evidente che nessuna collocazione di per sé è in grado di garantire un successo né di recuperare l'astensionismo in crescita. Lo stesso risultato della Toscana non può essere assunto come uno schema salvifico riproducibile con analoghi risultati altrove, come ampiamente verificato in Puglia o in Liguria e Emilia Romagna nel 2024, perché in quella regione l'elettorato a sinistra del campo largo è assai più consistente. Emerge la necessità di qualificare la nostra iniziativa politico-programmatica sui temi regionali e territoriali per essere percepiti come socialmente utili, rafforzare la nostra internità ai movimenti, il nostro ruolo attivo nelle vertenze, sviluppare relazioni strutturate con personalità e competenze impegnate sul piano sociale e ambientale. Ma una condizione imprescindibile è rafforzare il nostro radicamento organizzativo e ricostruire presenza in tanti territori in cui siamo da tempo assenti. Non si esce facilmente da una lunga crisi e da un'oggettiva marginalizzazione. In questo senso essenziale è lo sviluppo dell'attività dei gruppi di lavoro nazionali e dell'ufficio di programma e la partecipazione agli stessi gruppi dei compagni delle federazioni, come luogo di elaborazione, di costruzione di un solido impianto programmatico e di predisposizione delle campagne di massa. Il CPN ringrazia tutte le compagne e i compagni che hanno dato il proprio contributo alla campagna elettorale allargando il quadro delle interlocuzioni e delle adesioni a partito. Il lavoro fatto non va disperso e anzi valorizzato anche con iniziative nazionali sui temi regionali e territoriali. PER IL NO NEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA, PER FERMARE L'ATTACCO ALLA COSTITUZIONE L'imminente nuovo referendum costituzionale, quello contro la "controriforma" Nordio, assume un carattere politico che una formazione politica antifascista non può sottovalutare. Questo testo non è la riforma della Giustizia, non ha nulla a che fare con il garantismo, non favorirà nuove assunzioni né la durata ragionevole dei processi. Siamo di fronte a un atto di prepotenza per affermare il primato del governo e della politica sulla magistratura. Non si voterà sulla separazione delle carriere, questione affrontata già dalla legislazione precedente, ma per portare avanti il piano di Licio Gelli e Silvio Berlusconi contro l'indipendenza e l'autogoverno della magistratura sancita dalla Costituzione e rendere il PM subalterno alla polizia giudiziaria. Condanniamo l'ennesima accelerazione nella deriva securitaria che nuovamente trova il pretesto in qualche tragico fatto di cronaca che produce una campagna mediatica che finisce in repressione. Il DDL e il DL annunciati, infatti, conterranno nuove sanzioni amministrative per adolescenti tra i dodici e i quattordici anni, espulsione di stranieri più facili e un inasprimento delle pene per i delitti contro il patrimonio e connessi o derivati dalle dipendenze. L'autentica vocazione del Governo pare essere aumentare il lavoro delle forze di polizia togliendo ai giudici il controllo di legittimità ma senza garantire la sicurezza di cittadine/i. LA CAMPAGNA PER LA TASSAZIONE DELLE GRANDI RICCHEZZE Nel contesto sociale italiano di forte disuguaglianze sociali, i governi che si sono succeduti negli anni, sia di centro sinistra che di destra o non hanno preso realmente orientamenti indirizzati all'uguaglianza sociale e alla ridistribuzione o hanno ulteriormente accentuato le differenze sociali (per esempio con orientamenti in tema di politica fiscale tesi ad abbandonare il principio di "progressività"). Un contributo di solidarietà rigidamente indirizzato a un grande piano di rilancio del welfare e di estensione di diritti sociali: da un piano per l'edilizia sociale pubblica pubblico, il potenziamento della sanità pubblica e non privata, il sostegno alla scuola pubblica, il risanamento ambientale, ecc. È ora di reperire risorse economiche adeguate ai bisogni popolari senza aumentare la tassazione che pesa su classe lavoratrice. Avvieremo questa campagna pubblica di convincimento in forma unitaria, aprendo il confronto con tutte le forze politiche e sociali che vorranno contribuire attraverso anche una proposta di legge di iniziativa popolare. Una sfida programmatica per un progetto alternativo alla destra trumpiana della Meloni che della difesa dei privilegi dei più ricchi ha fatto una bandiera. L'IMPEGNO DEL PARTITO Il CPN ribadisce la necessità del massimo impegno nel rilancio organizzativo del partito e nella digitalizzazione. La permanente drammatica emergenza economica richiama al dovere di rilanciare la campagna di autofinanziamento. Invita i Comitati regionali alla convocazione delle Assemblee regionali previste dallo Statuto.
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