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CPN 17 - 18 gennaio 2026

Giovanni Bruno

Dobbiamo ridefinire chiaramente la "strategia" di un Partito Comunista senza confonderla con la "tattica" (tra cui rientrano le elezioni): la prospettiva strategica deve essere l'anticapitalismo, non solo come enunciazione formale, ma come linea guida e orizzonte storico-politico; la nostra collocazione in un paese periferico - sebbene non marginale - dell'imperialismo non deve farci abbandonare il principio anticapitalista celandolo dietro l'antiliberismo, né intraprendere una difesa meramente conservativa della Costituzione antifascista (peraltro ripetutamente rimaneggiata da governi di centrosinistra o tecnici sostenuti dal PD: Titolo V, modifica dell'art.81 con inserimento del pareggio di bilancio).

La concretezza del conflitto sociale e politico di movimenti che si battono contro la globalizzazione iperliberista (peraltro superata da protezionismo, sovranismo, keynesismo militarista), nelle cui mobilitazioni siamo presenti al fianco dalle molteplici espressioni della società civile e dell'ecoambientalismo e intersezionalismo, è fondamentale per essere praticamente nelle lotte costantemente aperti dalle contraddizioni del capitalismo, per rafforzare la battaglia in difesa dei "beni pubblici" come obiettivo tattico di fase (non meramente tatticista); in questo senso, anche la lotta al governo fascistoide deve essere considerata una battaglia di fase per consentire l'accumulazione di forze sociali e politiche finalizzate alla costruzione di un processo popolare di alternativa reale (rispetto a quello popolana/populista del sovranismo fascistoide).
In questo senso, ridurre la "tattica di fase" ad una mera torsione tatticista verso il campo largo significa perdere di vista l'orizzonte strategico di un partito comunista, che ha nell'abbattimento (o almeno nel superamento) del capitalismo l'obiettivo storico da perseguire, distogliere il partito dal conflitto e chiuderlo nel recinto della democrazia autoritaria, cioè abdicare al ruolo e al compito che comunisti e comuniste hanno di combattere ogni forma di capitalismo. Inoltre, entrare nel campo largo significherebbe abbandonare definitivamente la lotta per rilanciare lo spirito democratico-progressivo originario della Costituzione.
La linea politica del XII Congresso di Montecatini sta generando frammentazione e disorientamento: è stata sostanzialmente fallimentare dove applicata nelle alleanze spurie di centrosinistra o campo largo (in Veneto, Puglia, Calabria), dove scompariamo o risultiamo insignificanti; è altrettanto inadeguata a sostenere le scelte (anche attivamente boicottate) di costruzione di liste popolari, di alternativa come Toscana Rossa e Campania Popolare, espressioni di una "tattica di fase" coerente per la costruzione di un blocco sociale coerentemente anticapitalista di sinistra e per il socialismo. Sostenere che nelle Regioni o nei Comuni si possono fare accordi specifici per quei territori significa mistificare la linea del centrosinistra, che si presenta sempre ondivaga, ma soprattutto condizionata dalle scelte liberiste e militariste del PD a livello nazionale (l'esempio della costruzione della nuova base militare a Pisa ne è un esempio).

Per quanto riguarda il piano internazionale, non si può ignorare la novità - sicuramente con grandi contraddizioni sul piano dei diritti e dell'emancipazione sociale e femminile - dei BRICS, che rappresentano non un'alternativa, ma certamente un'alterità al dominio neocolonialista "occidentale", statunitense in primis: l'agonia del sistema capitalistico occidentale, che in quarant'anni ha provocato recessione, crisi economico-sociale, impoverimento drammatico all'interno del mondo "libero" e l'aggressione permanente a popoli e Stati in opposizione ai diktat imperialistici (ultimo, il Venezuela), sta provocando l'escalation verso una guerra mondiale segmentata in molteplici scenari del quadro geopolitico; USA e UE, pur in contrasto, hanno adottato il riarmo come strumento per la risoluzione della propria crisi interna, e la guerra come tragica operazione di rilancio espansivo del capitale.
Tra i BRICS non troviamo la propensione all'emancipazione sociale, quanto piuttosto una alterità al dominio politico-militare, economico-commerciale e finanziario delle potenze imperialiste: se come comunisti dobbiamo denunciare ogni forma di oppressione, a partire dall'Iran in cui le milizie di un potere oscurantista stanno martoriando il proprio popolo, e perciò stare al fianco della popolazione in rivolta, da Donna Vita, Libertà alle classi popolari colpite duramente dalla crisi economica , nonché ai militanti comunisti e attivisti di sinistra sono duramente repressi e trucidati dal regime teocratico, dobbiamo però porre grande attenzione a non essere strumentalizzati da chi chiede l'intervento militare: le ingerenze esterne rafforzerebbero il regime anziché favorirne l'abbattimento, o potrebbero addirittura riportare l'Iran all'oppressione monarchica.

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